Portami via.
Ho una cipolla da otto etti chiusa in sacchetto di carta, una terracotta simbolo della Sicilia appesa al muro e uno scacciapensieri in tasca.
In momenti come questi credo che la delizia intesa sia come sinonimo della felicità che del gusto non sia poi cosi inaccessibile.
Raza's e immaginari tali,
siamo arrivati al fatale angolo dell'apice ma ne parleremo tra qualche riga.
In prima superiore, il sussiegoso professor Fucci mi avvicinava in biblioteca (dove stavo riscuotendo una raccolta di poesie del "mio" Jacques Prévert) per propormi di partecipare ad un concorso letterario dal tema sulla musica. Il mio esito fu negativo, non mi sarei nemmeno messa a buttare giù una scaletta scucita.
Come si fa a sminuire spietatamente la consapevolezza di un delirio, di una passione, di un sentimento (ricambiato completamente) per il suono, per una vibrazione dell'aria?
Per cosa poi, per una competizione? NO!
Ho rimasticato quest'orma del passato.
Durante una tempesta, poche notti fa, mi sentivo sola.
Smarrita e senza voglia di dormire assieme allo stesso tempo al grande bisogno di riposare.
Ho scelto ad occhi chiusi un disco, non perché volessi preferirlo ad un altro rivolgendomi al fato ma bensì perché so benissimo dove si trova. Sto parlando di Grace, di Jeff Buckley.
Una volta iniziato a girare nello stereo mi sono distesa tranquilla e abbandonata.
Fino alle 4 della mattina di tanto in tanto mi svegliavo, più forte del bisogno di dormire c'era la musica di cui godere. Lilac Wine, Dream Brother, Eternal Life, Mojo Pin. Ogni volta che mi scuotevo dal sonno trovavo una canzone diversa a vegliarmi imperterrita.
Sorridevo ad occhi chiusi, mi sentivo bene e protetta. E mi assopivo ancora una volta.
Quindi professor Fucci, ecco, non sono ancora in grado di riempire quel protocollo.
Però, se acconsente e promette che le mie parole non verranno mai richieste, avrei trovato una persona che ha svolto il mandato prima e per me.
"Una voce profonda che aveva attraversato i secoli,
così profonda da spezzare ciò che toccava,
così profonda da farmi temere che avrebbe risonato eternamente dentro di me,
una voce scolorita dal suono delle imprecazioni e dalle grida rauche che scaturiscono dal delta nel parossismo estremo dell'orgasmo...".
(ANAÏS NIN – la casa dell’incesto)
Mi sento così quando ascolto la musica, senza barriere e accalorata.
Questo era l’apice.
Sogni a tutti,
l’alunna Barbara.
Per stanotte:
Rokia Traoré, Bowomboi, 2004.
Grace l'ho usato spesso per svegliarmi la domenica mattina
RispondiEliminaRisvegli notevoli e subilimi i tuoi.
RispondiEliminaIo la domenica la delego a "Live in Volvo" di Vinicio Capossela anche se "il fantasma delle tre" rischia di riportarmi nel piccolo cinema onirico!
Zzzzzz....zzzz...zzzzz....zzzz.